Qualche settimana fa un cliente ci ha girato l’estratto conto della carta aziendale, per tutt’altra ragione. In mezzo alle voci c’erano quattro abbonamenti a strumenti di intelligenza artificiale, tutti attivi. Ne usava uno, e per inciso non era il più caro. Gli altri tre erano lì da quando qualcuno in azienda aveva voluto provare e poi si era dimenticato.
Quando gli abbiamo chiesto perché non li avesse disdetti, ha risposto quello che rispondono tutti: e se poi mi serve?
È da lì che conviene partire, perché la domanda che si fanno quasi tutti — la versione gratis basta o conviene pagare? — è formulata male. Presuppone che la differenza stia nella qualità delle risposte, e che quindi esista un modo di misurarla provando. Non è nella qualità delle risposte che sta la differenza, ed è il motivo per cui provare non ti fa arrivare a nessuna conclusione.
Cosa ti danno davvero quei venti euro
Gli strumenti principali funzionano tutti allo stesso modo: una versione gratuita, una personale a pagamento intorno ai venti euro al mese, e uno o più piani superiori che costano parecchio di più. I nomi commerciali cambiano ogni pochi mesi, le cifre pure. Quello che non cambia sono le quattro cose che compri passando al livello sopra.
Il motore migliore. Dentro ogni strumento non c’è un solo modello, ce ne sono diversi: alcuni veloci ed economici da far girare, altri lenti e costosi che ragionano meglio. Il piano gratuito ti manda quasi sempre sui primi. Su una domanda secca la differenza non la vedi. La vedi su un ragionamento lungo, su un documento con dentro delle contraddizioni, su un problema dove la risposta ovvia è quella sbagliata.
Il tetto. È la differenza più concreta e la meno raccontata. Nel piano gratuito esiste un numero di messaggi oltre il quale lo strumento ti dice di tornare più tardi. Non è un degrado: è uno stop.
La priorità. Nelle ore di punta chi paga passa avanti. Sembra un dettaglio finché non ti serve una risposta durante una riunione.
Le funzioni. Leggere i tuoi file, guardare un’immagine, ricordarsi di te da una conversazione all’altra, collegarsi agli strumenti che già usi, portare a termine un compito lungo senza che tu lo segua passo passo. Qui la forbice si è allargata molto nell’ultimo anno, ed è la ragione per cui il confronto tra gratis e a pagamento del 2024 oggi non vale più: le versioni a pagamento hanno smesso di essere la stessa cosa ma con meno limiti.

Messe in fila, queste quattro cose dicono una cosa sola. Con l’abbonamento non stai comprando risposte migliori. Stai comprando il diritto di non fermarti a metà.
Il momento in cui capisci che ti serve
Non arriva quando una risposta ti delude. Quando una risposta ti delude, la maggior parte delle volte è colpa di come hai posto la domanda, e infatti la riformuli e viene meglio.
Arriva quando sei a metà di qualcosa.
Stai smontando un preventivo, o riscrivendo la pagina di un sito, e il ragionamento ha preso una forma. Poi lo strumento ti dice che hai finito i messaggi disponibili e che puoi riprendere tra tre ore. Tu tra tre ore sei da un’altra parte. Quando riapri, il filo non c’è più: non ricordi cosa avevi già escluso, rifai metà del percorso, e il pezzo che stavi scrivendo resta nella cartella insieme agli altri lasciati a metà.
Il costo di quel momento non è l’abbonamento che non hai pagato. È il lavoro che non hai finito, e che quasi sempre non riprenderai più.
“Ma io ne uso tre gratis, a rotazione”
È l’obiezione più intelligente che ci sentiamo fare, e funziona meglio di quanto ci si aspetti: finiti i messaggi su uno, apri l’altro. Zero euro al mese e il tetto non lo tocchi quasi mai.
Il conto però non torna, per tre ragioni.
La prima è che ogni volta che cambi strumento devi ricostruire il contesto da zero: chi sei, cosa stai facendo, cosa avevate già scartato. Quello è tempo, e non lo vedi passare in banca.
La seconda è che le funzioni che contano davvero — la memoria tra le conversazioni, i file, i collegamenti ai tuoi strumenti — sono esattamente quelle che nel piano gratuito non hai. Saltando da uno all’altro non stai usando tre strumenti: stai usando tre chat.
La terza è la più seria. Questi strumenti si imparano, e si imparano uno alla volta. Chi ne usa tre superficialmente ottiene, da tutti e tre, risultati da principiante. Su quale scegliere abbiamo scritto un pezzo a parte, Claude o ChatGPT, quale scegliere, ma il criterio vale anche prima di quella scelta: meglio uno strumento conosciuto a fondo che tre provati.
Quando non pagare
Questa è la parte che di solito non trovi scritta, perché non conviene a nessuno scriverla.
Se apri l’AI due volte a settimana per una domanda al volo, il piano gratuito ti basta e ti basterà ancora a lungo. Non c’è niente che tu stia perdendo.
Se la stai comprando perché tutti ne parlano e non vuoi restare indietro, stai comprando un abbonamento in palestra: nessuno lo disdice, tutti contano di ricominciare a gennaio.
Se sei un’azienda e stai valutando le licenze per tutti, fermati un attimo sul conto. Cinque persone a venti euro fanno mille e duecento euro l’anno, che è una cifra vera per una piccola impresa. Quasi tutti i piani per team hanno un pannello che mostra quanto ciascuno usa lo strumento: guardalo dopo due mesi, e preparati a scoprire che lo usano in due.
E se stai guardando i piani superiori, quelli da qualche centinaio di euro al mese: hanno senso per chi fa un certo tipo di lavoro tutto il giorno, e non hanno alcun senso per chi non ha mai toccato il tetto del piano base. Il tetto è l’unico segnale affidabile che hai. Se non l’hai mai visto, non ti serve quello che sta sopra.

Per un’azienda la domanda è un’altra
Finora abbiamo parlato di te che apri una chat. Se invece stai decidendo per la tua azienda, il confronto cambia riga.
Per un’impresa la voce che conta non è il prezzo: è cosa succede ai documenti che i tuoi collaboratori incollano dentro.
Preventivi, contratti, listini, anagrafiche clienti, a volte molto peggio. Prima di autorizzare uno strumento, e prima ancora di guardare quanto costa, vanno lette due cose: se quello che scrivi viene usato per addestrare i modelli, e per quanto tempo resta conservato. Le risposte cambiano da fornitore a fornitore, cambiano tra piano gratuito, personale e aziendale dello stesso fornitore, e cambiano nel tempo. Vanno verificate sulla pagina del fornitore, non su un articolo — nemmeno su questo.
Quello che possiamo dirti è che i piani aziendali sono nati anche per rispondere a quella domanda, e che nella nostra esperienza è quello, più del modello migliore, il motivo per cui un’azienda seria li compra. Chi tratta dati di clienti non sta scegliendo tra gratis e a pagamento. Sta scegliendo se avere o no un contratto.
Il caso peggiore, che vediamo spesso, è il terzo: nessun piano aziendale, nessuna regola scritta, e i collaboratori che usano i loro account personali gratuiti sui documenti dell’azienda. Lì non hai risparmiato venti euro. Hai solo smesso di sapere dove sono finiti i tuoi dati.
Il conto che ha senso fare
Dimentica il calcolo del ritorno sull’investimento, che su venti euro al mese è un esercizio di fantasia. Fai questo.
Per due settimane, ogni volta che lo strumento ti ferma o rinunci a chiedergli una cosa perché tanto sai che non ce la fa, segnatelo. Una riga su un foglio, niente di più. Alla fine conta le righe. Se sono zero o due, hai la tua risposta e sono zero euro. Se sono quindici, hai perso molto più di venti euro in attese e lavori lasciati indietro.
Poi, se decidi di pagare, segnati la data e tra un mese fatti una sola domanda: cosa ho smesso di fare a mano? Se non sai rispondere, il problema non è lo strumento e non è il piano. È che non l’hai ancora messo dentro al tuo lavoro, e continuare a pagare non lo sistemerà.
Ricorda
Venti euro al mese è una decisione che prendi in un minuto, ed è per questo che tutti si concentrano lì.
La decisione che costa davvero è un’altra: quale strumento vale la pena imparare sul serio, e per farci cosa. Quella non te la risolve nessun listino, e se la sbagli il piano più caro non ti serve a niente.
Domande frequenti
Quanto costa l’AI a pagamento?
I piani personali dei principali strumenti si aggirano intorno ai venti euro al mese. Sopra ci sono piani più costosi pensati per chi lavora con l’AI tutto il giorno, e piani per team e aziende con prezzo per utente. Le cifre cambiano spesso e variano da uno strumento all’altro: il listino sul sito del fornitore è l’unica fonte affidabile.
La versione gratis è affidabile?
Sì. Non ti dà risposte sbagliate perché non paghi. Quello che cambia è quante volte puoi chiedere, quale motore risponde sui compiti difficili e cosa lo strumento sa fare oltre a scrivere. Per la maggior parte degli usi occasionali va benissimo.
Come faccio a capire se ho bisogno di pagare?
Non provando la versione a pagamento, perché nel mese di prova sei nell’entusiasmo e non misuri niente. Usa la gratuita e conta quante volte in due settimane ti blocca mentre stai lavorando. Quel numero decide.
Meglio un abbonamento o tre strumenti gratis?
Un abbonamento. Tre strumenti gratuiti usati a rotazione ti costringono a ricostruire il contesto ogni volta, non ti danno memoria né lettura dei file, e ti lasciano principiante su tutti e tre.
Posso disdire quando voglio?
Quasi sempre sì, sono abbonamenti mensili. Se stai valutando, il modo onesto è pagarne uno per un mese intero usandolo davvero, non tre giorni per curiosità.
Conviene pagare le licenze per tutta l’azienda?
Raramente all’inizio. Parti da chi lo strumento lo userebbe comunque, due o tre persone, e allarga quando vedi che lo usano. Prima però verifica come il fornitore tratta i dati che i tuoi collaboratori ci metteranno dentro: su quello, e non sul prezzo, si decide se uno strumento può entrare in azienda.
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